Il_Circolo_Cinematografico

"Il cinema non è un mestiere, ma un mezzo per fare dichiarazioni d'amore." "Sono i desideri, la materia prima dei film." D.D.Mambety

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Un gruppo di studenti universitari bergamaschi accomunati da uno spiccato interesse per il cinema.

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17/12/2004
4. bianco e nero

LA VITA SOGNATA DEGLI ANGELI Francia, 1998 di Eric Zonca con Elodie Bouchez, Natacha Regnier, Grégoire Colin

Il film racconta la storia, alquanto cupa e disperata, di due giovani ragazze poco più che ventenni che si trascinano per le strade della fredda cittadina francese di Lille. Il caso vuole che si incontrino e diventino amiche. Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 1998 assegnata alle due protagoniste per la loro interpretazione, 3 premi César in Francia: miglior film, migliore attrice (E.Bouchez), migliore promessa femminile(N.Regnier).

A Lille, nel nord della Francia, si incontrano casualmente Isa e Marie, due ragazze ventenni con poche idee sul futuro. Isa cerca lavoretti che la aiutino a sbarcare il lunario, Marie lavora in una fabbrica ma è insoddisfatta; hanno caratteri diversi ma decideranno di unire le loro solitudini...Tra le due nascerà lentamente una bella amicizia, fatta di sostegno reciproco e voglia di ridere in faccia a un mondo tanto triste. Opposte ma in fondo identiche, incapaci di guardarsi negli occhi per paura di vedere riflesso il vuoto che prima o poi le inghiottira', Isa e Marie sono le protagoniste di un film vicino alla vita. Sorprendente la pellicola di Erick Zonca, che debutta nella regia dei lungometraggi dopo lunga militanza nei corti e in tv. Autore anche di soggetto e sceneggiatura, Zonca dipinge attorno ad un titolo enfatico e malinconico, un'opera molto semplice e altrettanto ben strutturata, alternando momenti di angoscia esistenziale a momenti di tenerezza, guidando le due protagoniste lungo i loro itinerari di vita anche attraverso risate liberatorie e lacrime straziate. Storia di due amiche, un doppio ritratto femminile capace di "raccontarsi" con sensibilità e misura. Un'immersione in profondità tra le "truffe" dell'esistenza, ma con la consapevolezza di poter, forse, ricominciare a "essere" da un'altra parte... [fonte:cinemadelsilenzio.it ]

 

“…è un piccolo film apprezzabile per la verità psicologica e sociale dei suoi personaggi, anche di quelli di contorno e per la tenerezza e l’energia con cui Zonca li conduce lungo i loro itinerari di vita.” [fonte: Il Morandini – Dizionario dei film 2004]

 

Una è bruna, l'altra bionda. Una sorride a chi l'incontra, ed alla vita; l'altra assai meno, che della vita ha già imparato a diffidare. Isa sbarca a Lille con il solito zaino di belle speranze, Marie accetta a malincuore di ospitarla: diverse nel modo di sognare quel mondo che da il titolo al film, cosi eguali per i fatto di avere ambedue vent'anni. Isa è solare ed ingenua, di una solidità che non rincorre il sostegno del maschio. Marie è fragile e violenta, diafana e segreta: e la sua rivolta straziante rendono la coppia, ed il film indimenticabili. Ma l'energia formidabile e la poesia discreta di questa opera prima girata a 40 anni e passa derivano dal fatto di non limitarsi ad uno di quei ritratti esistenziale in progressione che cosi bene riescono ai francesi: ma di risolversi in un incontro incantato ed al tempo stesso lucido all'interno di una realtà contemporanea (sociale, professionale, sentimentale) delineata senza fioriture inutili. Un approfondimento psicologico che scava in profondità: con la leggerezza che sa cogliere la grazia dell'istante, e la gravità capace di significarla durevolmente.

 

ERIC.ZONCA Regista e sceneggiatore, Erick Zonca è autore di tre cortometraggi: Rives del 1992 (premio per la migliore attrice al Festival di Clermont-Ferrand), Eternelles del 1994 (Gran premio al Festival di Clermont-Ferrand, Premio della critica al Festival di Pantin, Premio Kodak al Festival di Cannes...) e Seule del 1996 (Premio del pubblico al Festival di Pantin, segnalato dalla giuria giovane al Festival di Clermont-Ferrand...). Nello stesso periodo gira 12 servizi da 15 minuti per il programma "Mode d'emploi" della Cinquième. Nel 1998 arriva al successo con il suo primo lungometraggio La vita sognata degli angeli che viene selezionato a Cannes dove ottiene il premio ex-aequo per le due attrici protagoniste Elodie Bouchez e Natacha Regniér. L'anno successivo le due attrici vincono il César e il film ottiene il premio come miglior film francese. Come sceneggiatore Zonca ha lavorato anche a Le secret, il primo film di Virginie Wagon. [fonte: www.alasca.it]

 

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11/12/2004
3. Spirale d'odio

Questa è la storia di un ragazzo che cade da un grattacielo di cinquanta piani...
Mentre precipita giù, superando ogni piano, il ragazzo ripete a se stesso:
Fin qui tutto bene.
Fin qui tutto bene.
Fin qui tutto bene.
Non ha importanza se si cade, ciò che conta è come si atterra.”

 LA HAINE – L’ ODIO

Francia 1995 di Mathieu Kassovitz con Vincent Cassel, Hubert Kounde, Said Taghmaoui

Venti ore -una giornata balorda ed una notte brava- nella vita di tre giovani proletari, disoccupati, arrabbiati, anime in pena -un bianco ebreo, un maghrebino e un africano- alla deriva tra il centro di Parigi ed il quartiere di Muguets, a 30 km dalla torre Eiffel, dove convivono comunità multietniche. Nel loro vagabondare c’è disperazione, rabbia ed odio per la perdita di un amico ucciso dalla polizia. Il film, girato a basso costo da un giovane poco più che ventottenne Kassovitz, riceverà il Premio della regia a Cannes. 2 milioni di spettatori solo in Francia. Capofila dei film di banlieu -tendenza del cinema giovane francese alla metà degli anni ’90 che racconta la lacerata realtà della periferia metropolitana (parigina, ma non soltanto)- i suoi meriti sono soprattutto stilistici:attori, dialoghi incalzanti, sapiente costruzione drammatica, abilità nelle digressioni, bianconero sporco e allucinato.(Morandini - Dizionario dei film 2004)

La caduta del ragazzo di cui si parla all’inizio del film, quando vediamo gli scontri tra manifestanti e polizia e poi, sempre più nel particolare, i plotoni di poliziotti schierati in attesa di intervenire -verso chi ancora non lo sappiamo- diventa metaforicamente la caduta di un intera società alla fine del film. Questo dà da subito un impronta critica al film. Kassovitz parte infatti dai disordini scoppiati dopo il pestaggio da parte della polizia di un giovane algerino, per raccontarci le condizioni di vita di quei giovani allo sbando, disoccupati che popolano i quartieri periferici delle grandi città, in questo caso Parigi ed in questo caso giovani appartenenti a tre minoranze etniche, prototipo degli esclusi e quindi non scelti a caso. I nomi degli attori rimangono gli stessi anche nel film, questo per voler sottolineare l’intenzione di raccontare nel quotidiano il disagio di una società che spesso tende a dimenticare o confinare ai margini i problemi irrisolti, per questo alla fine del film quel ragazzo che cade diventa la società stessa che precipita cercando di rassicurarsi dicendo<<fin qui tutto bene>>. Notazioni stilistiche da fare, due in particolare: la scelta del bianco e nero e il montaggio secco e frenetico, scandito dal passare delle ore. Non fanno che inasprire i toni della storia, dell’ analisi cruda e spietata della spirale d’odio a cui nessuno riesce a sottrarsi, del girovagare rabbioso dei tre protagonisti e della loro volontà -potremmo dire quasi un’utopia, lo stesso Hubert dice in casa alla madre <<io devo andarmene da qui! Devo andarmene!>> e la madre gli risponde con rassegnazione <<se vai via vedi di comprarmi l’insalata>>:nessuna via d’uscita pare esserci- di uscire dal disagio nei confronti di un mondo che non li conduce altro che all’annientamento. In questo caso totale.

MATHIEU KASSOVITZ Nasce a Parigi nel 1967. Il padre, regista, gli trasmette la passione per il cinema e Kassovitz fin da piccolo frequenta le sale cinematografiche. A 17 anni decide di lasciare gli studi per dedicarsi completamente al cinema, diventa così secondo aiuto regista sul set di un film francese. Nel 1993 scrive, dirige ed interpreta (già allora a fianco dell’amico Vincent Cassel con cui continuerà a collaborare anche in futuro) il suo primo lungometraggio “Meticcio”. Nel 1999 fonda a Los Angeles, insieme al regista Luc besson, la casa di produzione 1B2K. La sua carriera cinematografica si divide tra il ruolo di regista e quello di attore, lo troviamo così spesso, sia dietro (l’Odio 1995, I Fiumi di Porpora 2002) che davanti la cinepresa (Il favoloso mondo di Amelie, Amen).

 

 

 

 

 

 

 

 

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2.al rogo! al rogo!

“Penso che gli uomini di cinema debbano essere legati, come ispirazione, al loro tempo per raccoglierne le risonanze dentro di noi, per essere noi registi sinceri e coerenti con noi stessi, onesti e coraggiosi con gli altri. E’ l’unico modo, mi sembra, di essere vivi” (marzo/aprile 1959).

ZABRISKIE POINT

USA 1970 regia di Michelangelo Antonioni con Mark Frechette e Daria Halprin

Siamo in un’ America scossa dalla contestazione giovanile: l’università di Los Angeles è occupata dagli studenti, all’esterno è assediata dai poliziotti. Della storia si fanno protagonisti due giovani: Mark, 22 anni, che contesta la contestazione stessa dei suoi compagni e decide di passare all’azione e Daria, 19 anni, segretaria presso una società immobiliare. Entrambi, estranei e soli rispetto alla realtà che li circonda e in cui non si riconoscono, partono alla volta del deserto dove si incontrano e da cui faranno “ritorno” l’uno per andare incontro alla morte e l’ altra consapevolmente cambiata.

Alcune notazioni: La storia del ragazzo che ruba l’ aereo e che viene ucciso dalla polizia è un fatto di cronaca realmente accaduto.

Allo Zabriskie Point -Valle della Morte, nel 1923 Erich Von Stroheim girò Greed (Rapacità).

La scena finale dello scoppio della villa è stata girata al rallenty con 17 telecamere.

Il film di Antonioni fu un grosso fallimento commerciale, anche se ricevette molte attenzioni - la cui gran parte in negativo - dalla critica.

Recensione ed analisi:

Zabriskie Point è un film che si muove essenzialmente su delle dicotomie di fondo. Innanzitutto sulla dicotomia dei protagonisti Mark/Daria che rappresentano, seppur accomunati dallo stesso disagio esistenziale, due personalità differenti. Mark, dal canto suo, è l’icona del giovane ribelle per eccellenza, addirittura contestatario della stessa contestazione a cui prende parte. E’ spericolato, impaziente, deciso all’azione e per questo anche votato alla morte (<>): un ribelle istintivo; Daria, al contrario, per contrapposizione, ma anche, in un certo senso, per compensazione, è irrequieta, sognatrice, ribelle sì, ma in modo più consapevole, meno istintivo rispetto a Mark. Il ragazzo sarà coerente fino alla fine -quel suo essere votato alla morte si consumerà infatti nelle scene finali, ucciso dallo stesso potere a cui si ribella- e, allo stesso tempo, dimostrerà la sua impotenza nonostante la voglia spasmodica d’azione, nonostante quel suo voler fare prima che le cose accadano da sé. Un impotenza la sua di fronte a quel sistema a cui sente di non appartenere e da cui vuole appunto allontanarsi “fuggendo” in alto -ruba un aeroplano- e lontano -per <<alzarsi da terra>> dirà lo stesso Mark-: una sorta di Icaro contemporaneo, giovane, belloccio e statunitense. Daria, per contro, cambierà, anche in conseguenza dell’incontro-avvicinamento con Mark, si farà portavoce, quasi incarnazione, della reale possibilità di salto. Il suo risulta a maggior ragione essere un viaggio inteso come introspezione, lei stessa dirà di aver intrapreso quel solitario viaggio in auto per <>, di essere alla ricerca di un buon posto dove meditare. Alla fine recide ogni legame con il sistema di cui era come una schiava inerte (lavora per Allen, direttore della società immobiliare Sunnydunes&Co. e con cui pare avere una qualche relazione). Compie il salto, anche se per via immaginaria, ma per questo non meno sentita, attraverso la scena visionaria ed apocalittica dello scoppio della villa del suo dirigente (Allen appunto). Metafora questa, dello sgretolarsi di tutto quel sistema basato su consumismo, progresso e tecnologia industriale che caratterizza la società contemporanea. Interessante in questo senso ricordare le innumerevoli inquadrature degli imponenti cartelloni pubblicitari disseminati lungo le strade della città (la gente sorridente sul cartellone del drive-in, il logo della 7up … per dirne alcuni) e lo stesso il video del prodotto che la Sunnydunes propone ai suoi acquirenti (abitazione e vita da lontano ovest, con tutti i comfort contemporanei possibili) o, ancora, la grottesca famigliola con roulotte e tipico abbigliamento da turista che, arrivata allo Zabriskie Point, sa solamente esclamare <<dovrebbero farci un drive-in qui, avrebbe successo!>>. Tutti segni questi di un dilagare del mondo consumistico e tecnologico, tentacoli inarrestabili che si vorrebbero far arrivare là dove tutto è ancora incontaminato. O sono -ahimè- già arrivati? Alla dicotomia Mark/Daria se ne fa risalire una anche cromatica: Rosso/Giallo. Rosso è il colore associato a Mark, lo si percepisce già dalle prime scene in cui lo vediamo alla guida di un furgoncino rosso, più tardi lancerà dall’ aeroplano una camicia rossa che Daria raccoglierà e terrà con sé; giallo è invece il colore associato a Daria: la linea gialla della strada che percorre in auto, il bidone da cui attinge l’acqua lungo la strada…un colore in movimento, da cui lei si allontana sempre di più. Rosso e giallo pare si fondino insieme nel tramonto di chiusura del film, quello verso cui Daria si dirige continuando il suo viaggio, ma piuttosto che fondersi, potremmo dire che il giallo si stempera in un arancio che diventa rosso infuocato. Metafora questa, del cambiamento di Daria avvenuto con l’ avvicinarsi a Mark, allo Zabriskie Point e quindi ad un modo di vedere la società diverso. Allo Zabriskie Point avviene, perciò, uno scambio simbolico di identità, espresso attraverso quello cromatico. Ma un'altra dicotomia essenziale su cui vorremmo soffermarci è quella tra Città/Deserto a cui viene associata quella di Pieno/Vuoto ed ancora una dicotomia filosofica: Tanatos/Eros, istinto di morte ed istinto di vita. I ragazzi decidono di partire, ognuno a loro modo e con motivazioni e scopi differenti, entrambi comunque per relativizzare un contesto che li soffoca in modo assoluto, allontanandosi dalla città, da Los Angeles, metropoli rumorosa, violenta, caotica e troppo opprimente per loro. Arrivano insieme allo Zabriskie Point, la Valle della Morte, un tempo zona rigogliosa d’acqua e di vita. Il loro sembra apparentemente un viaggio dal pieno-città al vuoto-deserto, ma forse è più vero ed attendibile il contrario, infatti la città appare comunque vuota pur nella sua pienezza. E’ luogo di morte, Tanatos, nonostante la vita frenetica che vi si fa - o appunto luogo di morte giusto per quella vita frenetica che quasi ci annulla….-. Nel deserto, seppur arido e disabitato, si materializza, nel primo sogno-visione di Daria, la sua idea di Eros, con il moltiplicarsi delle coppie. Questa scena deve essere letta perciò non come regressione ad un carattere prettamente istintuale ma come metafora del sentimento, dell’ amore, dell’Eros appunto, che vince sulla meccanizzazione urbana in cui valgono più le cose che le persone stesse, sull’estraniamento e la solitudine da essa provocati sull’uomo. Eros che vince sul Tanatos. La villa, simbolo, per Daria, di tutta la civiltà consumistica, esplode, prende fuoco insieme a tutti suoi prodotti (macchine, abbigliamento, elettrodomestici, mass media…). E’ questo un fuoco “moralistico” attraverso cui Antonioni ci ha voluto rappresentare in immagini quella disintegrazione che da tempo è già avvenuta nella società contemporanea, un’apocalisse che si consuma ancora oggi davanti ad i nostri occhi. Che quella di Daria possa rappresentare una maledizione? Antonioni disse di questo suo film: “Il film è la storia di una ricerca, d’un tentativo di liberazione. In senso interiore e privato. Ma a confronto con la realtà provocatoria dell’America intera. […] Non sono un sociologo, il mio film non è un saggio sugli Stati Uniti: si situa al di sopra dei problemi precisi e particolari di quel paese. Ha essenzialmente un valore etico e poetico” (giugno 1970).

Michelangelo Antonioni. Biografia ed Opere: Nasce a Ferrara nel 1912. Laureato in Economia e Commercio, pittore e critico cinematografico, collabora con Rossellini (come co-sceneggiatore) e Carné (come aiuto-regista), dirige "Gente del Po" (1943-1947), il suo primo documentario a cui fanno seguito una serie di altri cortometraggi di natura neorealista. Esordisce nel 1950 con "Cronaca di un amore", suo primo lungometraggio. In quest’opera come nella maggior parte delle successive il terreno su cui si muove Antonioni è quello del disagio esistenziale della società borghese italiana. Si concentra su storie che rappresentino l’incomunicabilità e l’alienazione dei personaggi e lo fa, soprattutto, attraverso lo studio degli spazi e dei rapporti tra questi ed i protagonisti, la costruzione precisa delle inquadrature, una regia che indugia a filmare i “tempi morti”, con lenti piani sequenza che dilatano sia lo spazio che il tempo, dialoghi scarni, esageratamente intellettualistici e spesso persino ostici alla comprensione. Il suo si può definire quindi un cinema ermetico e sicuramente non d’intrattenimento, ma al contrario estremamente intellettuale e stilisticamente impeccabile. Consacrandosi tra i registi più importanti del mondo avrà l’opportunità di firmare un contratto con la Metro Goldwin Mayer per tre film in inglese: “Blow Up”, “Zabriskie Point” e “Professione Reporter”. Nel 1982 ricevette la Palma d’ Oro alla Carriera al Festival di Cannes e nel 1995 il Premio Oscar alla Carriera. Dopo una assenza dalla scena cinematografica durata ben 10 anni -inattività dovuta ad una malattia che l’ha costretto su una sedia a rotelle e privato della parola- è tornato alla regia per un film a episodi in collaborazione con Wim Wenders e, recentemente, per un altro film, “Eros”, di cui ha curato uno dei tre episodi e film di prossima uscita nelle sale italiane. Per conto nostro proponiamo la visione dell’intera sua filmografia. Infatti, come avrete potuto intuire dall’ enfasi della scrittura di questa scheda, Michelangelo Antonioni rappresenta indubbiamente uno dei nostri autori preferiti. Elenchiamo qui alcuni dei suoi lavori, rimandandovi, per gli altri non elencati, ad una curiosità e ricerca personale che speriamo la visione del film proposto e le parole qui scritte vi abbiano trasmesso.

Cortometraggi: Gente del Po, 1943-47 - N.U. (Nettezza Urbana), 1948

Lungometraggi: Cronaca di un amore, 1950 - I vinti, 1952 - La signora senza camelie, 1953 - Le amiche, 1955 - Il grido, 1956 - L’avventura, 1959 - La notte, 1960 - L’eclisse, 1962 - Deserto rosso, 1964 - Blow-up, 1966 - Zabriskie Point, 1970 - Professione reporter, 1974 - Il mistero di Oberwald, 1974 - Identificazione di una donna, 1982 - Al di là delle nuvole (con Wim Wenders), 1994 – Eros, 2003.

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