"Il cinema non è un mestiere, ma un mezzo per fare dichiarazioni d'amore." "Sono i desideri, la materia prima dei film." D.D.Mambety

Un gruppo di studenti universitari bergamaschi accomunati da uno spiccato interesse per il cinema.
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Mercoledì 4 Maggio
Aula 6 Sant' Agostino - ore 14.00
Università degli Studi di Bergamo
in collaborazione con CORTOPOTERE Anno Quinto
INCONTRO CON REGISTI
Davide Pepe
Paolo Ameli
Fabio Sonzogni

Massimiliano Fierro e Davide Pepe
Interveranno:
Barbara Grespi
Massimiliano Fierro
CORTOPOTERE è quest'anno alla sua quinta edizione. Dal 24 al 29 Maggio prossimo, all' auditorium di Piazza della Libertà, avrà luogo il consueto concorso-rassegna di cortometraggi e sceneggiature organizzato dall' Associazione Fidelio.
Per presentare al pubblico questa quinta edizione e dare modo agli studenti universitari di incontrare alcuni registi che hanno partecipato alle passate edizioni del festival, si è organizzata in università una mezza giornata di proiezioni e confronto diretto con gli autori.
Davide Pepe nasce a Brindisi nel 1970, laureato in informatica, vive a Bologna e lavora come regista e come montatore di videoclip, trailer e cortometraggi.
Paolo Ameli nasce a Genova, ha studiato architettura, vive a Milano dove lavora come autore e regista di videoclip, spot pubblicitari e documentari industriali.
Fabio Sonzogni nasce a Bergamo nel 1963, laureato in architettura, è attore professionista, regista teatrale e cinematografico.

Davide Pepe, Mic&Mic
REPORT: Mercoledì 4 Maggio, Cortopotere ha organizzato, in collaborazione con l'Università degli Studi di Bergamo, un'incontro tra gli studenti dell'ateneo e tre registi di cortometraggi, Paolo Ameli, Fabio Sonzogni e Davide Pepe, che hanno partecipato al concorso cortometraggi nazionali nelle passate edizioni del festival. All'incontro, moderato da Massimiliano Fierro e Barbara Grespi, docente di Storia e Critica del Cinema, hanno preso parte una trentina circa di studenti.
Gli autori hanno presentato le opere con cui hanno preso parte a Cortopotere: Ameli e Sonzogni rispettivamente con i cortometraggi di Fiction "Mud Red" e "Foglie di cemento", mentre Pepe con l'opera di sperimentazione "Am ende des gartens sind zwei kinder" (Alla fine del giardino ci sono due bambini) ed altre opere di ricerca precedenti a questa (I Remember - Genetic Memory, Litania della bomba N). Tutte opere che all'interno di Cortopotere hanno ricevuto premio menzioni speciali.
I regsiti sono stati molto disponibili nei confronti degli studenti, rispondendo alle domande di questi ultimi riguardo i motivi per cui hanno intrapreso a lavorare in ambito cinematografico e a come abbiano pensato e realizzato i loro cortometraggi che, ricordiamo, per Ameli e Sonzogni sono opere prime.
Alternandosi in "cattedra", ognuno dei tre ha raccontato se stesso, i propri studi e le passioni, gli inizi nel campo ed i progetti futuri. Paolo Ameli, genovese di nascita, laureatosi in Architetura, vive ora a Milano dove lavora come autore e regista. Da sempre appassionato di fotografia e grafica ha trovato nel capoluogo lombardo la possibilità di mettere in pratica ed affinare quello che da autodidatta ha imparato a fare con gli anni, quando giovanissimo, nella sua città natale, con una 16 mm e gli amici di sempre si cimentava a fare cinema. Il suo cortometraggio "Mud Red", ispirato ad un fatto realmente accaduto durante la I Guerra Mondiale in cui ad Adolf Hitler venne risparmiata, diremmo a tutt'oogi sfortunatamente, la morte, costruito come un film in stle "hollywoodiano" -il regista ammette di essersi ispirato a "Salvate il Soldato Ryan" di S.Spielberg-, ha ricevuto diversi premi nazionali, primo fra tutti il David di Donatello, nonchè internazionali.
Fabio Sonzogni, nostro concittadino, dal canto suo vanta 15 lunghi anni di recitazione che lo hanno portato col tempo a decidere di provarsi alla regia, prima teatrale e poi, con "Foglie di Cemento", anche cinematografica. Anch'egli laureatosi in Architettura, alla domanda su come abbia conciliato gli studi con la carriera artistica, risponde di sentirsi "architetto della scena", spiegando così di aver trovato con la regia il giusto mezzo d'unione tra i due ambiti lavorativi. Anche il suo cortometraggio, ispirato ad un racconto di Ian McEwan, ha ricevuto molti riconoscimenti sia nazionali che internazionali. Ambientato in una Crespi d'Adda fuori dal tempo, narra la storia -scandita in tre giornate- di una persona "mai nata" che approfitta della vitalità di una bambina per nascere e poi morire una volta per tutte: scavatosi la fossa, vi si getta dentro.
A chiudere la giornata, Davide Pepe. La'utore, pugliese, "adottato" da Bologna, dova da anni vive e lavora come regista e montatore di cortometraggi e videoclip, presenta i soui particolari lavori in campo sperimentale. Esclusivamente realizzati a "low budget" e con la commistione di diversi strumenti di ripresa -Pepe in genere utilizza sia il mezzo digitale che il super8-, ci catapultano in un mondo di visioni e sospensioni temporali legate al flusso inconscio, il più delle volte accompagnate da suoni e musiche che sono, dice l'autore, anche la fonte ispiratrice di queste opere. Temi ricorrenti nelle sue opere sono l'onirico, la morte ed il rapporto uomo-ambiente.
Tirando delle brevi conclusioni sull'incontro, possiamo dire che in generale è stato alquanto soddisfacente, da una parte per i regsiti stessi che hanno trovato negli studenti una grande interesse verso il loro lavoro e le opere presentate, dall'altra per gli studenti stesi che hanno avuto modo di confrontarsi in maniera diretta con gli autori, dimostrandosi attenti osservatori e grandemente appassionati alla settima arte. dagli studenti stessi è venuto l'invito e l'auspicio ad organizzare nuovamente ed in maniera più massiccia incontri di questo tipo.

“Per me la Vita è astratta, ma quando si fa un disegno o un dipinto o un film si cerca di definire certe cose. Si cerca di definire ciò che non può esserlo, ma tutto ciò permette di crescere e di attraversare la vita interessandosi alle cose. Io voglio interessarmi e mi sono sempre interessato a tutto. Crescere con il sentimento di un’assenza di emozioni attorno a me mi ha dato il desiderio di capirmi e di capire la gente.”
Tim Burton è considerato uno dei più grandi registi del cinema post-moderno. Grazie alle sue opere singolarmente personali riesce però a distinguersi dagli altri tanto che, recentemente, è stato redatto il termine “Burtonesco” per definire alcuni aspetti cinematografici tipici delle opere del regista. Dopo il mega successo di Batman, che gli valse un’incredibile record di incassi nonostante la veneranda età di 31 anni, venne paragonato ad un’altra grande personalità: Steven Spielberg. In comune hanno molte cose, tra le quali la provenienza dal mondo della periferia e la fissazione per l’infanzia, ma nonostante ciò la visione di Burton è più cupa e realistica e questo è dovuto al fatto che è cresciuto nel secondo dopoguerra. Sostanzialmente il suo cinema è dominato dal “cupo mito in cui le invenzioni dell’immaginazione di un bambino solitario diventano una realtà”. Ecco perché è facile trovare un ragazzo con le mani di forbice, delle macchine sugli alberi, dei fantasmi che devono risolvere i problemi degli uomini di tutti i giorni, un uomo che si veste da pipistrello e via dicendo. In quasi tutti i film i protagonisti sono degli Outsiders, dei diversi, dominati dall’ossessione per qualcosa: Pee Wee è un uomo ossessionato dalla bicicletta, Batman dalla lotta alla criminalità. Burton, assumendo la loro prospettiva, accetta le loro ossessioni, non le spiega e si aspetta che ciò valga anche per il pubblico. Purtroppo questa cosa non avviene con la critica: se dal lato puramente visivo è considerato un genio (d’altronde Burton ha iniziato disegnando e lavorando per la Disney), dal punto di vista narrativo è il contrario e perciò la maggior parte dei suoi film non ottengono grandissime recensioni proprio per questo motivo. Ecco cosa ne pensa Burton su questa questione: “[…]non capisco perché ci si accanisca tanto sulla questione: il mondo è pieno di film che raccontano belle storie solide, e anche a me piacciono. Ma ne esistono anche altri. Forse che i film di Fellini raccontano storie? Amo i film dei quali posso costruirmi una mia propria idea. In realtà ci sono film che probabilmente non parlano nemmeno di ciò di cui io credo che parlino. Mi piace inventare”. Un altro aspetto da sottolineare è la sua “egocentricità”: la maggior parte dei suoi film sono infatti realizzati più per indagare il suo mondo interiore, che il mondo esterno. In “Edward Scissorhands", per esempio, si parla della sua adolescenza.
Per capire meglio chi è Tim Burton ho voluto evidenziare alcuni aspetti biografici fondamentali per la sua cinematografia.
L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA NELLA PERIFERIA DI BURBANK
Timothy William Burton nasce il 25 Agosto 1958 a Burbank, una piccola città situata nei pressi di Hollywood e sede di numerose case produttrici cinematografiche, tra le quali la Warner Bros, la Columbia e la Disney. La vita in questa cittadina “dalle case tutte uguali” influenzò molto Burton (una perfetta riproduzione della periferia la si può vedere in “Edward Scissorhands”) perché rifletteva il conformismo di massa dell’epoca di Eisenhower, un’epoca dominata dalla paura per la guerra atomica e dall’imperativo di dover essere tutti uguali. (“Nessuno faceva nulla. Non si sarebbe fatto nulla che rivelasse la propria personalità”). X sfuggire da questa realtà oppressiva, infernale e fobica, il piccolo e timido Burton si rifugiò nell’immaginazione e nella fantasia che, più tardi, nei suoi film diventeranno pura realtà. Nemmeno la famiglia fu di grande aiuto: Tim non ebbe un intenso rapporto con i suoi genitori, tanto che verso i 16 anni si trasferì da sua nonna. Nelle numerose interviste concesse alle varie riviste e tv del settore, difficilmente possiamo trovare riferimenti ai propri genitori ed al fratello. Solo recentemente, con la realizzazione di Big Fish Burton ha affrontato (meravigliosamente) il tema del rapporto padre-figlio.
I FILM HORROR ANNI ’50-’60 E VINCENT PRICE
Proprio in questo periodo tornano in auge i film horror e di fantascienza: questi furono molto importanti per i bambini dell’epoca che, identificandosi con i mostri, vampiri ecc, scacciavano il peso della morte che gravava su tutti loro a causa della presentimento di una guerra atomica imminente.Lo stesso Burton ne era attratto (tra questi c’erano anche quelli dell’italiano Mario Bava) e trovava in essi un grande conforto: il bimbo sensibile e timido che era tendeva ad identificarsi con i mostri incompresi. Di vitale importanza per lui fu l’attore Vincent Price: “Era qualcuno con cui potevo identificarmi. Quando sei più giovane le cose sembrano più grandi, scopri il tuo mito, trovi quello che psicologicamente si collega a te [..]guardare i film di Price mi permetteva di esprimere i miei sentimenti, per me era come essere in analisi.”. il primo corto d’animazione di Burton si intitola proprio “Vincent” , in suo onore, e quando Price accettò di recitare il commento del film “per me è stato come se un sogno fosse trasformato in realtà” affermò Burton. Price farà una veloce apparizione anche in “Edward Scissorhands” interpretando il padre di Edward: se Edward è Tim, Price allora è il suo padre spirituale.
GLI ANNI ALLA DISNEY ED I PRIMI CORTI
Burton era deciso a fare qualcosa nella vita: non voleva essere uguale a tutti gli altri, si sentiva diverso (e lo era). Nonostante avesse già realizzato diversi filmini per la scuola vedeva il suo futuro più legato al disegno (che, inconsciamente, era come un “atto di ribellione”) e perciò, dopo aver lasciato il liceo, vincendo una borsa di studio riuscì ad iscriversi alla CalArts, fondata dalla Disney. Dopo 3 anni di scuola incominciò a lavorare come animatore, ma si stancò ben presto: “Era come pedalare a vuoto: all’inizio è divertente, ma alla lunga ti stanca”. Furono proprio i suoi primi corti d’animazione, “Vincent” e “Frankenweenie” a liberarlo da questo “peso”: Bonnie Lee, dirigente Warner, dopo averli visti, notò il talento di Burton e fu solo grazie a lei che venne ingaggiato per la realizzazione del suo primo lungometraggio: “Pee Wee’s Big Adventure”. Era la fine della sua monotona carriera d’animatore e l’inizio di quella da geniale e brillante regista.
LA LUNGA COLLABORAZIONE CON DANNY ELFMAN
Uno degli aspetti fondamentali e caratteristici dei film di Burton è la bellissima colonna sonora composta da Danny Elfman: in “Edward Scissorhands”, per esempio, è anche grazie alla malinconica musica che Burton riesce a ricreare un’atmosfera così intensa. La collaborazione tra questi due artisti apparentemente diversi (uno è molto timido, l’altro no) può essere paragonata a quella tra Spielberg e J. Williams ed, iniziata con “Pee Wee’s Big Adventure”, è durata per tutti i film di Burton tranne che per Ed Wood, in cui il regista ha preferito utilizzare le musiche originali dei film del regista “peggiore di tutti i tempi”. Fu lo stesso Burton a scegliere Elfman come suo collaboratore, essendo un amante della musica degli “Oingo Boingo”, gruppo-rock di cui Elfman ne era il leader. I due sembravano sulla stessa “lunghezza d’onda”: Elfman riusciva benissimo ad entrare nel mondo di Burton ed a capire cosa lui voleva. D’altronde per i suoi film la musica non la considera come qualcosa di secondario, anzi. “Invece di dirmi esattamente cosa vuole dal punto di vista dell’orchestrazione, Tim mi mostra una scena e mi dice l’emozione che vuole comunicare. Allora io me ne vado allo studio a cercare di trovare quell’emozione nella musica”: ecco il segreto di questa fondamentale collaborazione.
IL RAPPORTO PRIVILEGIATO CON JOHNNY DEPP
Dopo la realizzazione di “Edward Scissorhands”, è nata una grande amicizia e profonda ammirazione tra Johnny Depp e Tim Burton confermata dal fatto che Burton l’ha scelto come protagonista per “Ed Wood”, “Il Mistero di Sleepy Hollow” e “Charlie and the Chocolate Factory” (in uscita quest’estate). Inoltre a Deep è stato ispirato il protagonista per il nuovo film d’animazione di Burton “The Corpse Bride”, realizzato con la tecnica dello Stop Motion, e doppiato dallo stesso Depp.
“Tim , oltre che essere un amico è il più grande regista visionario del cinema d’oggi, è il regista ideale per ogni attore. Non è mai rigido, crede in te, ti lascia sperimentare , modificare, esplorare.Tim non pensa che un film sia qualcosa di immobile e di già programmato e per un attore come me è fondamentale sapere che, quando la macchina da presa inizia a girare, niente è già deciso, ma può accadere qualunque cosa e perfino gli incidenti e gli imprevisti fanno parte della creazione.”
Con questa dichiarazione Depp è riuscito a dirci chi è veramente Tim Burton, un regista molto timido, non aperto alle dichiarazioni personali ma nella sua arte.
Luca Previtali
Dodo. Impressioni. Più "dadaista" che "surrealista", Dodo ha sicuramente, nel contesto odierno, un intento coraggioso ed ambizioso, la cui resa è opinabile; per tal motivo seguono le mie impressioni.
L’inizio presenta un episodio, o meglio, una sequenza di inquadrature di tutto rispetto, che molto rammenta tratti espressionisti che poi ritroveremo anche in un altro episodio ben costruito, in cui compare il personaggio – forse sarebbe meglio definirlo il protagonista del film – marginato, incompreso, che denuncia a sguarciagola e con amara ironia lo sfacelo del nichilismo industriale.
Ma prima di affrontare questo tema, dopo il primo episodio ecco apparire quell’elemento che non m’ha affatto convinto: la stridula chiamata al citofono che se contenutiscamente può essere accettata, esteticamente risulta tediosa appesantendo tutto il film.
Sarebbe stata buona cosa diversificare tale elemento, magari in relazione all’episodio che si voleva rappresentare, oppure, meglio ancora, distribuirlo in maniera più omogonea, mentre così come posto risulta fastidioso, effetto forse voluto, ma noioso, pesante, varcando decisamente la soglia della sopportabilità dopo pochi minuti. Esteticamente una scelta deplorevole. Tanto più che a livello contenutistico, se da una parte può essere un elemento suggestivo, d’altra parte manca la ripresa finale di tale elemento, oppure un non so che che potesse conferirgli quel tanto atteso significato, dopotutto preteso, almeno in un accenno, vista l’insistenza con cui torna.
Ciononostante la fotografia di taluni episodi colpisce; non solo i già acccennati episodi in cui possiamo apprezzare la ricerca cromatica e luminosa, ma anche molti altri episodi in cui la ricerca prospettica non può non esser notata come del resto la giustapposizione cromatica, che a volte riesce davvero nel suo intento. Diciamo che Dodo rammenta l’origine del cinema inteso come "fotografia in movimento", in quanto molti episodi denotano una ricerca fotografica in cui un non so che prende forma.
Apprezzabili inoltre le fotografie "naturalistiche", i candidi paesaggi innevati che si stagliano contro la macchina dell’industria.
E qui ecco aprirsi quella nota contenutistica che "La visione di P." consente di comprendere. La bellezza vergine, candida, immacolata della natura, violentata da quell’industrialismo che porta inesorabilmente – come ben mostra l’episodio delle scale mobili – alla caduta precipitosa verso il basso, che porta l’uomo a divenire prigioniero di tale sistema – squisito Luca nel carrello - , che porta l’uomo alla deriva, che sia uno stadio piuttosto che locali cittadini, se non discoteche o persino palestre in cui la gente comune cerca di dilettarsi con quel che può, anche se su tali luoghi ci sarebbe molto di cui discutere. Comunque il luogo poco importa, quel che conta è il destino ineluttabile che porta al disfacimento dell’essenza di quella bellezza tanto evocata, che porta quasi a scordarsene; del resto non è questo, purtroppo, il destino del dodo? (dell’animale intendo)
Già, che obiettare, non è questa la realtà? Certo, quella data, ed i Dodo riescono gran bene nel criticarla e denigrarla. Spero solo che, nel proseguio delle loro creazioni, questo gruppo che vuol fare del cinema un’arte, sappia proporre, anche contenutiscamente, realtà indenni dallo sfacelo e obiettivamente migliori, affinchè non cada nel luogo comune del disfattismo, estraneo all’arte che si rispetti.
marco