"Il cinema non è un mestiere, ma un mezzo per fare dichiarazioni d'amore." "Sono i desideri, la materia prima dei film." D.D.Mambety

Un gruppo di studenti universitari bergamaschi accomunati da uno spiccato interesse per il cinema.
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Lunedì 19 dicembre
STRATEGIE EDUCATIVE INTERCULTURALI
(Laurea Specialistica) in collaborazione con COE - Centro Orientamento Educativo (www.coeweb.org)
Aula 7 S. Agostino 14.00-16.00
Aula 4 San Tomaso 16.00-18.00
Il cinema come strumento di educazione interculturale: visione ed analisi di alcuni recenti
cortometraggi africani che, per i temi sviluppati, si collegano agli argomenti trattati nel corso. [a cura di Michela Facchiro]
In breve, le sinossi dei film che verranno presentati:
BLACK SUSHI di Dean Blumberg (Sudafrica 2002, 22 min., inglese sott.italiano)
La magia dell’ arte culinaria giapponese e la precisione dei gesti del capo cuoco di un ristorante di sushi affascinano un giovane black appena uscito di prigione. Ma entrare nel mondo giapponese sudafricano non è facile, soprattutto se hai la pelle nera. Da lavapiatti a discepolo dello chef, il giovane si conquista poco alla volta la fiducia della clientela più esigente.
AFRICA PARADIS di Sylvestre Amoussou (Benin/Francia 2001, 11 min., francese sott.italiano) L'Europa è diventata un continente invivibile, lacerato da guerre, mancanza di lavoro,colonizzazioni. I bianchi fanno la coda per ottenere il visto per l'Africa, continente ricco e rigoglioso, dove le famiglie vivono nel lusso e i figli studiano e fanno carriera. Ma convincere i funzionari neri non è semplice. C'è chi tra i bianchi è disposto a pagare per essere traghettato clandestinamente nel nuovo paradiso, dove l'immigrazione è controllata. Come andrà a finire? Il seguito al lungometraggio annunciato alla fine di un cortometraggio che ci presenta un mondo capovolto in una esilarante parodia-satira dell’oggi che ha il sapore delle soap e del fotoromanzo.
VISA - LA DICTEE di Ibrahim Letaief (Tunisia 2004, 30 min, francese/arabo sott.italiano) Parodia delle acrobazie sempre più sofisticate cui sono costretti i tunisini per ottenere un visto d’ingresso in Francia. L’ultima immaginaria legge sull’immigrazione impone un nuovo esame da superare: un dettato in lingua francese. Con zero errori si ottiene il visto. Per il povero Rachid comincia un’immersione forzata nel regno della francofonia: trasmissioni di France culture, musica di Trenet e nouvelle cuisine….
TROIS FABLES A L’USAGE DES BLANCS EN AFRIQUE di Luis Marques e Claude Gnakouri (Costa d’Avorio/Francia 1999, 17 min., francese sott.italiano) In tre episodi il comportamento di certi toubab (i bianchi) visto dagli africani, con humor e un po’ di cinismo.
LAHANA LALHIH (UNE PLACE AU SOLEIL) di Rachid Boutounes (Marocco/Francia 2004, 14 min., francese/arabo sott.italiano) Un uomo sulla sessantina che vive in Francia dal 1965, dopo anni di lavoro al servizio della nettezza urbana, va in pensione, ricevendo un medaglia al lavoro dal Comune di Parigi. E’ arrivato il momento di tornare al paese? Per ora si siede a “prendere” il sole con gli altri pensionati …
INTROSPEZIONE E DIMENSIONI NARRATIVE
Da un medesimo intento, l'investigazione soggettiva di un'interiorità mediante l'intreccio di molteplici dimensioni narrative: presente, memoriale, mediatica, immaginaria, cinematografica. Quattro differenti esiti registici e di sceneggiatura, offerti da autori del cinema moderno e contemporaneo. [a cura di Marco Pelli] 
02 dicembre | Quarto potere di O. Welles (Usa 1941) | Aula 7 Santag.
Il magnate dell'informazione Charles Foster Kane pronuncia la parola "Rosebud" immediatamente prima di morire, e un reporter va alla ricerca della soluzione dell'enigma nel suo passato...
09 dicembre | Il posto delle fragole di I. Bergman (Svezia 1957) |Aula 7 Santag.
Un anziano e rispettabile professore di medicina, mentre si reca all'università di Lund per ricevere un'onoreficienza si trova a fare il bilancio di un'esistenza giunta al suo crepuscolo e vissuta con troppa freddezza nei rapporti con gli altri esseri umani.
16 dicembre | Harry a pezzi di W. Allen (USA, 1997) | Aula Conferenze Santag.
Harry Block è uno scrittore newyorkese di successo dalla vita caotica. I suoi romanzi, fortemente autobiografici, risentono della sua crisi esistenziale. Tra sogno e realtà prendono corpo alcuni episodi del suo passato.
23 dicembre | Quo vadis baby di G. Salvatores (Italia 2005) | Aula 7 Santag.
Giorgia è una investigatrice privata con il vizio dell'alcool. La sua ultima indagine la toccherà molto da vicino aprendo una dolorosa ferita del passato. Una sera riceve da un amico della sorella morta suicida, una scatola contenente delle lettere. Partendo da questi frammenti di storia, la donna dovrà ricostruire ciò che è veramente accaduto a sua sorella e se il suo sia davvero stato un suicidio...
dalle ore 17.30 alle 19.30 circa
LE FRANC
di Djibril Diop Mambety
Senegal, 1994
Le Franc è un cortometraggio di finzione, storia di un musicista di Dakar a cui viene sequestrato il suo congoma dalla donna (nel film è la cantante jazz Aminta Fall) che gli affitta la stanza, perché lui da tempo non paga.
L’uomo, filiforme e quasi clownesco nel suo fare, si sposta nella città, in un viaggio che è fisico e mentale, con la porta di casa sulle spalle. Sulla porta, per non perderlo, ha incollato il biglietto (vincente) della lotteria nazionale che ora gli permetterebbe di riscattare il suo strumento. Attraversa tutta Dakar (vediamo i grattacieli e le strade della città) per arrivare al mare...
Il montaggio segue una struttura visionaria ed anti-narrativa, accompagnata e sostenuta da suoni jazz-sax.
Le Franc è la prima parte di una trilogia intolata “Histoires des petites gens”.
Il film vincerà il premio come miglior cortometraggio alle Journées Cinematographique de Cartaghe (Tunisia), nel 1994.
TOUKI-BOUKI
(Il viaggio della iena)
di Djibril Diop Mambéty (Senegal, 1973).
Premio della critica internazionale, Cannes 1973. Premio speciale della Giuria, Mosca 1973
Mory e Anta sono una coppia di adolescenti irrequieti che sognano di partire per Parigi, la loro "terra promessa". Mory è stato pastore, ma da quando le sue mandrie sono state mandate al mattatoio erra solitario per la città con la sua moto; Anta ha fatto suoi gli atteggiamenti provocatori della classe studentesca dell'epoca. I due vagano per la città alla ricerca del denaro necessario per partire e si trovano coinvolti in strane situazioni. Il film, spregiudicato nel linguaggio e audace nelle immagini e nel montaggio, coglie senza moralismi lo smarrimento fisico e intellettuale degli africani ammaliati dal miraggio europeo.
SCHEDA CRITICA
Touki Bouki, assoluto cult movie e film di riferimento per gran parte dei giovani registi, presenta un tema classico con un linguaggio completamente nuovo che destruttura la linearità cronologica della storia e fa dialogare liberamente e ironicamente immagini e sonoro. Il regista fa di questo film, sia a livello stilistico che di contenuto, un inno alla libertà e alla ribellione. Mory e Anta, giovani outsider e quindi relativamente liberi dai vincoli sociali, possono ancora scegliere tra la terra d’origine e l’esilio in un immaginario Eldorado. Personaggi reali e liberamente autobiografici che dilatandosi rappresentano un’intera generazione abbagliata dal sogno dell’Occidente. La linearità e la relativa semplicità della trama vengono scomposte da Mambety che, come un pittore cubista, destruttura il tempo cronologico inserendo nello svolgimento delle azioni immagini oniriche e ossessionanti che rendono più complessa la comprensione della realtà. Mambety propone una personale riflessione sullo stato del Senegal contemporaneo scegliendo per la sua denuncia sociale e politica non la via didascalica e didattica, ma quella della metafora e dell’ironia. E’ un linguaggio visionario, quello di Mambety, che privilegia immagini simboliche e oniriche, una struttura circolare della storia (in quasi tutti i suoi film l’inquadratura iniziale e finale coincidono), un libero uso del montaggio delle attrazioni, del montaggio alternato e della tecnica ellittica e un complesso sistema di personaggi reali e simbolici, ai quali spesso si affiancano dei cori. I suoi film nascono da una continua ricerca sulla forma, una sperimentazione che ripropone da differenti punti di vista poche tematiche ricorrenti. Come altri registi suoi contemporanei, osserva la società senegalese di oggi che risulta essere teatro di alcuni significativi conflitti quali quello della povertà e ricchezza, individuo e società, Senegal e Francia, modernità e tradizione. (Simona Cella)
Il cinema di Djibril Diop Mambety spezza un’idea di cinema senza rischi, che si oppone alle necessità di fare film per rispettare i tempi dell’industria. Bisogna essere presenti a sé e al mondo, filmando le immagini davvero necessarie, con limpidezza interiore, dilatando magari nel tempo la presenza, facendola sparire per poi ridarla ancora più intatta e folgorante. Djibril Diop Mambety re-inventa l’Africa, illumina di una luce densa, fatta di cromatismi ora accessi ora più tenui, la sua città-set (Dakar) e la piccola gente che quotidianamente la popola, nelle sue strade affollate o nelle zone periferiche, da filmare con uno sguardo complice che documenta un luogo nel tempo ricorrendo alla finzione più esibita. Documentario e artificio si intrecciano nel rendere conto di una testimonianza per immagini che, di volta in volta, può assumere le forme del grottesco, del comico, della tragedia, del teatro da esplorare, del making off, sganciato da qualsiasi percorso obbligatorio e già visto. Mambety è autore profondamente africano (critico e appassionato della sua Africa da non svendere all’Occidente) e, come i più grandi artisti, in stretta e continua relazione con un’idea di cinema universale, negli accostamenti teorici (si pensa a Godard e a Rossellini, all’avanguardia storica e a Jonathan Demme) e nell’individuazione dell’essere umano come centro del discorso.Fin dagli esordi il suo cinema si inscrive nella dimensione di una specifica ricerca estetica, nella costante frammentazione, nella parcellizzazione di un set da montare e smontare. Il cinema di Mambety si sofferma sui particolari, li ingrandisce e talvolta li ripete fino a trasformarli in ossessioni. Sono film d’acqua e di luce, di corpi filiformi che spesso si spostano nello spazio come silhouttes danzanti e mute, di parole trasformate in segni musicali, di musica che crea effetti d’allucinazione su un reale modulato sempre più su connotazioni fantastiche e fiabesche, di una fiaba nerissima dalla quale sgorga la tragedia del presente. Djibril Diop Mambety parla del suo Paese e della sua terra, delle ingerenze straniere, culturali e monetarie, dello sradicamento e utopia della fuga. (Giuseppe Gariazzo)
La petite vendeuse de Soleil
di Djibril Diop Mambéty
(Senegal, 1999, 45 minuti)
“Così questa storia finisce nel mare; il primo che la respira, andrà in paradiso.”
La protagonista è una ragazzina di 12-13 anni poliomelitica, costretta a vivere di carità tra le strade di Dakar. Mentre sua nonna, cieca, salmodia il Corano ed altre antiche melodie davanti al mercato di Dakar, Sili (Lissa Balera), decide di smettere di mendicare e di provare anche lei come gli altri ragazzini della sua età, strilloni di giornali, a vendere i quotidiani per la città. Va alla redazione del quotidiano Soleil, si fa dare 13 copie fresche di stampa ogni giorno e con l’aiuto di un collega più grande, a metà tra la guardia del corpo e l’angelo custode, ce la fa: si emancipa.
Lissa Balera, la protagonista, nel film non gioca il ruolo di chi si regge sulle stampelle e trascina le gambe in uno sforzo imitativo: Lissa interpreta se stessa. Anche se le sue vicende quotidiane hanno subito nel film qualche ritocco, la fermezza del suo sguardo, la sua caparbietà ed intraprendenza, la sua determinazione e la radiosità del suo volto non tradiscono alcuna finzione.
Il film doveva essere il secondo di una trilogia sulla “piccola gente”, iniziata con Le Franc nel 1994 e rimasta incompiuta.
La petite vendeuse de Soleil è il film-testamento di Mambety. “Il principe di Colobane”, com’era ovunque soprannominato, è morto infatti prima della fine del montaggio del film che sarebbe rimasto probabilmente incompiuto se non fosse intervenuto il fratello, Wasis Diop, in fase di montaggio.
Autore Djibril Diop Mambety è il poeta del cinema dell’Africa nera, l’artista d’avanguardia più visionario e musicale, con le sue immagini cariche di umorismo e saggezza. La sua Africa non assomiglia a nessun’altra Africa che sia mai stata portata sugli schermi; il suo immaginario è senza dubbio il più complesso e visionario che il cinema africano abbia mai prodotto. Il suo cinema si colloca in un doppio spazio: da una parte è legato alle questioni relative al continente africano (il rapporto con la propria cultura, le utopie dell’Occidente, il sogno della partenza …) e dall’altra si pone in stretto contatto con il cinema sovversivo che veniva prodotto ovunque nel mondo. Per Mambety si tratta sempre di filmare con soggettività, di sperimentare e spezzare il discorso, per ritrovare, da questa frammentazione, unitarietà e senso. La città di Dakar, il mare, i corpi danzanti, la musica e le voci costituiscono un’esemplare ed energica sinfonia di suoni ed immagini presente in tutta l’opera dell’autore. Nato nel 1945 nella periferia di Dakar (Senegal), ha svolto studi teatrali e lavori come attore e nel cinema. Muore a Parigi, stroncato da un cancro, nel 1998.
“A sette anni ero già regista e produttore. Invitavo gli amici alle proiezioni di ombre cinesi. A quell’epoca eravamo intossicati di western; io ritagliavo nella carta piccoli banditi e cow-boy e organizzavo spettacoli serali”.
“Ognuno ha un modo personale per compiere la propria missione. Io non credo al cinema didattico e credo molto nella creazione. Penso che il nostro dovere (di registi -Ndr-) sia l’aggressione. Se vogliamo cambiare qualcosa dobbiamo “aggredire” il pubblico, irritarlo, metterlo a disagio, senza sperare in risultati tangibili immediati”.
Filmografia: Badou Boy (1965), storia comica di un giovane ragazzo costretto a vivere di espedienti; Contras City (1969), cortometraggio che descrive i contrasti all’interno della capitale senegalese; Touki Bouki (1973), che narra la storia di una giovane coppia decisa a lasciare il proprio mondo chiuso; Parlons, Grand mère (1989) realizzato a margine del set di “Yaaba” di Idrissa Ouedraogo; Hyènes (1991), tratto da “La visita della vecchia signora” di F.Dürrenmatt, Le Franc (1994), storia di un’inaspettata fortuna e La petite vendeuse de soleil (1999), storia di bambini di strada a Dakar, concluso postumo.